mercoledì 19 novembre 2008

Il peso di una divisa

Pubblichiamo un interessante articolo di Barbara Spinelli pubblicato il 16 novembre sulla Stampa contenente alcune interessanti riflessioni sulla sentenza Diaz e sulle responsabilità delle istituzioni nella vicenda.

Abu Ghraib a Genova
Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.

Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.

Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come - poco dopo - a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.

Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.

I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi - con Berlusconi - promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova.

Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita. Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti.

È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (...) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno».

Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova.

Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.

martedì 18 novembre 2008

La capacità di guardare oltre, SD lo aveva già auspicato.

Finalmente qualcosa di nuovo comincia a muoversi a Sinistra in merito alla candidatura a Presidente in occasione delle prossime elezioni provinciali. Ieri, in occasione dell’assemblea provinciale del Partito Democratico, Sergio Blasi si è detto disponibile ad una sua candidatura. Stando a quanto riportano tutti i quotidiani locali l’assemblea ha risposto con un’ovazione a testimonianza di quanto questa figura goda della fiducia di tutto il partito.

Sinistra Democratica in tempi non sospetti si era fatta sostenitrice convinta della candidatura di Blasi; perciò se adesso si costruirà un programma forte intorno a questa candidatura, siamo certi che questa sarà stata la tappa iniziale di un percorso che porterà il centrosinistra alla prossima competizione elettorale in condizioni di vincere la sfida.

domenica 16 novembre 2008

Vendola dopo le 15 tesi di Fausto Bertinotti

Su Liberazione del 16 novembre un intervento di Nichi Vendola

Predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce

Sarebbe bello poter compiere il nostro cammino dentro gli snodi delle odierne contraddizioni, facendo vivere un confronto aperto e coraggioso, una ricerca collettiva sulla traccia di lavoro che ci ha proposto su questo giornale Fausto Bertinotti. Rischiamo non solo di separarci tra noi, ma tutti noi, comunque collocati, rischiamo di separarci dal mondo, rischiamo di vivere lo spazio asfittico delle fissità politico-ideologiche senza più intendere il rumore e il senso di quel cambiamento che torna a scaldare i motori. Rischiamo di essere travolti persino dall’onda anomala che aspettavamo: dalle viscere della crisi della globalizzazione, dai luoghi frammentati e minacciati della formazione e della produzione, dalle crepe nella gerarchia dei poteri e dei valori, sgorgano rivolte nuove, protagonisti territoriali o tematici, linguaggi critici che sono quella “domanda sociale” di una sinistra che invece fatica a incarnarsi, che cerca di reclutare piuttosto che di capire e interloquire. Di questa sinistra che appare muta, muta perché priva di parole, orfana di vocabolario, capace solo di citarsi addosso. Non siamo personaggi in cerca d’autore: anzi, gli autori abbondano. Semplicemente non abbiamo più un teatro, il teatro. A meno che non si pensi che, con un po’ di restauri, copione e proscenio si rimettono a posto e siamo pronti per recitare una qualche rivoluzione. Il teatro del Novecento è stato raso al suolo.
La lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell’antifascismo, l’auto-narrazione di un Paese immerso nelle acque di un Mediterraneo accogliente e plurale: tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria s’è mutata in fiction e caos pubblicitario, i corpi sociali si sono dispersi in mille rovinosi esodi dalla socialità e dall’impegno, il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all’antropologia del post-moderno: capitalismo della finanziarizzazione, con i suoi mulini a petrolio che impastavano la farina del diavolo (il denaro e la guerra). Il comunismo delle oligarchie uccideva con i carriarmati la speranza planetaria del comunismo: l’Est rovinava come un castello di carta e senza troppi rimpianti. Spostamenti di punti cardinali (e di sogni popolari e di idee-forza) disegnavano una inedita geo-politica: e dentro questo nuovo e oscuro mappamondo, il lavoro veniva perdendo potere e valore, il suo novecentesco “assalto al cielo” si concludeva con uno schianto. Il profitto come paradigma di regolazione sociale si gloriava del suo carburante malato: il denaro ebbro della speculazione e del gioco d’azzardo. Ecco, avanzava il ciclo della produzione di “denaro a mezzo di denaro”, e il possedere, la patrimonializzazione della vita, il consumo predatorio, diventavano nodi psichici, contenuto delle relazioni tra le persone. E le nostre comunità si sono smarrite, disperdendosi nella dipendenza da merce effimera, ma talvolta rattrappendosi in forme comunitarie primitive, nevrotiche, direi modernamente tribali. Questo non ha ferito a morte la domanda di cambiamento, ha però colpito la radice delle risposte conosciute, ha travolto lo “stile” del cambiamento: siamo a cavallo di uno strano paradosso, noi predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce, anzi ci scansa. Se crediamo di cavalcare la tigre ci illudiamo: prenderemo morsi, saremo subito disarcionati. Il mondo cambia a dispetto della nostra consueta depressione. Siamo noi che rischiamo di non cambiare: non sto pensando all’euforia del trasformismo, ai tanti cedimento alle lusinghe del potere, ma a una cultura politica che si libera dai paraocchi, che osserva con radicale schiettezza le cose della realtà, che si misura con i movimenti reali e con una devastante crisi di civiltà. La sinistra che è stata lungamente spogliata di identità e orgoglio, ma anche quella che è stata imbottita di pillole di anabolizzante identitarismo. Come ricominciare? questo rovello potremmo viverlo con intensità morale e intellettuale, piuttosto che usarlo come corpo contundente gli uni con gli altri, le une con le altre. La dimensione europea, anche in vista dell’appuntamento elettorale, può essere l’asse portante del pensare e dell’agire politico di una sinistra capace di parlare ai popoli e alle giovani generazioni: si può mettere questo al centro delle scelte necessarie a ridare fiato complessivamente alle forze della sinistra? Io credo che l’associazione per la sinistra possa rappresentare un luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il “senso” della parola sinistra. Non è la sincerità della nostra passione che ci accredita come timonieri esperti del buon cambiamento: la gente non ti conosce, il corpo produttivo non capisce che tu lo difendi, la gioventù addirittura ti rimprovera un certo odore di naftalina. Bisogna avere l’umiltà e l’ardire di restituire un senso materiale alla trinità laica del “libertà/fraternità/eguaglianza”: qui, in questo punto della crisi che divora l’acqua e la terra, in quella teoria di crepe che succhiano il sangue dei produttori, in questa guerra naturalizzata ed eterna, qui il fischio del cambiamento torna a riecheggiare. Vorrei che imparassimo ad ascoltare quel fischio, e la smettessimo di vendere fischietti.

Il coraggio di scegliere (articolo su Il Volantino e su Paese Nuovo del 16 novembre)


In un mio articolo pubblicato poche settimane or sono proponevo alcune riflessioni abbastanza circostanziate sullo stato di salute del centro-sinistra nazionale, rievocando come soluzione naturale e necessaria per uscire dalla crisi politica ed elettorale l’immediato ritorno alla stagione ulivista, intesa non tanto come coalizione bensì come progetto politico finalizzato alla vittoria prima e al buon governo poi. La visione corta che ha portato a credere nel bipolarismo fatto in casa ha dimostrato nei fatti come occorra costruire e supportare politicamente coalizioni più o meno salde, per poter competere in tempi rapidi alla pari con Berlusconi.

Per certi versi le ultime vicissitudini e l’atteggiamento arrogante del governo di centrodestra sembrano stiano indirizzando il maggior partito del centro-sinistra ad abbandonare la teoria fallimentare dell’autosufficienza, sempre più irraggiungibile, per intraprendere un nuovo dialogo con le altre forze che si contrappongono alla coalizione berlusconiana. A sinistra finalmente le posizioni tra le varie anime assumono connotati chiari e si spera definitivi, che vedranno (o già vedono) la nascita di un partito di sinistra aperto alla società civile, dialogante con il PD e assolutamente non intenzionato a farsi risucchiare nell’ autolesionismo massimalista di ultima revisione. Il Presidente Vendola, tra i vari temporeggiamenti, sembra sia sulla rotta giusta, sospinto anche dal vento che viene dal popolo della sinistra che chiede a gran voce unità e non divisioni, politica e non calcolo elettoralistico, dirigenti seri e non sbandieratori da piazza. Unità della sinistra: il tempo è adesso. Il progetto di costruzione, in Italia, di un nuovo soggetto politico che dia a questo paese una sinistra capace di misurarsi con le sfide odierne, di guardare al futuro, comincia a prendere forma e sostanza proprio con la chiamata a raccolta lanciata giorni addietro da Vendola, Fava, Mussi, Bandoli, Moni Ovadia, Berlinguer e tantissimi che si aggiungono di ora in ora nella sottoscrizione di un documento unitario “Per la Sinistra”.

In questo quadro generale si “muovono” anche le forze politiche del centro-sinistra provinciale che assorbito e superato lo choc da abbandono, in conseguenza del diniego a candidarsi del presidente Pellegrino, cercano nuove strategie per garantire la vittoria del centrosinistra nella primavera del 2009. Liberi dall’ansia da “mantenimento di poltrona” i big locali cercano di capire quale sia la strada da intraprendere per restare a galla qualunque risultato venga fuori dalle urne, dimostrando per l’ennesima volta di non aver capito che il tempo passa per tutti e soprattutto che l’elettorato del centrosinistra desidera volti nuovi e di dimostrate capacità morali e politiche.

Sembrano delinearsi all’orizzonte le primarie di coalizione, con la partecipazione aperta a tutti i partiti del centrosinistra, e con la speranza che questa consultazione sia dello stesso livello di quella che portò Vendola a guidare la Regione Puglia. Se si faranno saranno certamente primarie vive e partecipate, ma altrettanto certamente saranno ancora una volta la dimostrazione dell’incapacità di scegliere dell’attuale classe dirigente.

Personalmente non ho mai condiviso le primarie come strumento politico e ancora oggi le reputo la valvola di sfogo delle correnti interne ai vari partiti che incapaci di trovare soluzioni condivise si rassegnano alla lotteria del voto, anche quando questo non è richiesto. Le primarie sono conseguenza dell’incapacità, della miopia, dell’irresponsabilità di chi al pensiero dovrebbe far seguire senza interposizioni l’azione. La politica intesa come strumento e non come fine non deve farsi condizionare dalle circostanze bensì anticipare gli eventi e determinarne il corso. Le primarie invece hanno l’effetto contrario, condannano la politica sotto il giogo del contingente e la riducono alla gestione della quotidianità.

Se primarie saranno bisognerà comunque pur esserci, ma con le idee chiare, per sostenere la migliore delle candidature affinché dove non riesce a giungere la politica ci giunga il buonsenso dei militanti. Pertanto occorre da subito dichiarare il proprio punto di vista, la propria visione politica e anche il miglior candidato possibile. A parer mio chi intende l’incarico politico come un momento di impegno per la propria terra, supportato da onestà e spirito di sacrificio, non dovrebbe avere tentennamenti nell’individuare nella persona di Sergio Blasi la migliore delle candidature possibili. Non sono certo io a dover dimostrare quanto di buono fatto da Blasi come amministratore e soprattutto del come abbia operato, del suo essere in qualsiasi espressione politica e culturale la parte migliore di un’idea più ampia di Salento e di salentinità.

Chi oggi non è in grado di decidere o meglio non ha il coraggio di scegliere sappia che non troverà nell’intera provincia di Lecce alcun elettore di centro-sinistra scontento se, superando almeno per una volta le beghe partitiche, si dovesse arrivare alla candidatura di Sergio Blasi come presidente della provincia.

Giovanni Carità

sabato 15 novembre 2008

Sentenza Diaz

Il vuoto del diritto
Giuseppe D'Avanzo - la Repubblica
Come per Bolzaneto, la sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i "picchiatori" del Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra.Con loro, condannati i due poliziotti che s'inventarono, trasportandole nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare la «perquisizione» diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno. Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché, con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un «vuoto di diritto» che liquida le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina. La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c'è stato un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova. L'intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001, Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l'ultimo del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c'è una frase che non risulti falsa o controversa.
E' fuor di dubbio che la ricostruzione dell'accusa ne esca a pezzi. L'assoluzione dei «vertici apicali» della polizia (Giovanni Luperi e Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano sostenuto che l'«operazione Diaz» fu «decisa, pianificata e organizzata dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza»; che «l'iniziativa era diretta al riscatto dell'immagine delle forze di polizia gravemente compromessa dall'inefficace azione di contrasto alle violenze e degenerazioni dell'ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta contro il vertice del G8». Al contrario, per il tribunale non c'è stata alcuna pianificazione del Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a controllare il loro odio. L'esito minimalista del processo non spiega troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove, «la totale inosservanza delle regole del diritto», quella notte e nei giorni successivi) e soprattutto non "chiude" lo strappo creato tra le istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla scena politica dopo un lungo letargo.
Quale che siano le motivazioni della discutibile sentenza, è su questo vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che venga svolto in modo corretto?
In uno "Stato legislativo", dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce «in nome della legge», le burocrazie sono «neutrali», uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione "riformatrice" con ben altre convinzioni. Non vuole essere l'anonimo esecutore di leggi e norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della «necessità concreta». Pretende che si muova dietro le "emergenze" (autentiche o artefatte, che siano), dietro le "situazioni" che ritiene prioritarie. Berlusconi s'immagina alla guida di uno «Stato governativo» che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia. In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma istituzionale "duale" che affianca alla Costituzione una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto "caso d'eccezione" (immigrazione; sicurezza; Alitalia; rifiuti di Napoli; riforma della scuola).
Nello "stato d´eccezione", le polizie hanno un ruolo essenziale. Berlusconi evoca con regolarità un «diritto di polizia» e un uso della violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica (impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della Costituzione. Mosca è stato "licenziato" perché Berlusconi chiede? al contrario? che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un'élite politica e non istituzionale e non neutrale. E' una novità di cui bisogna tener conto.
E' quel che esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua «ricetta democratica».
Cossiga ha spiegato come distruggere l'Onda, il movimento degli studenti: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».
Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo, pensano soltanto. Le polizie, nello «Stato governativo» preteso dalla destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi in quell'area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce, nel caso d'eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie.
Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova, durante i giorni del G8. E' accaduto proprio nelle forme augurate oggi da Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati. Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla disillusione.
Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader carismatico. Nelle strade c'è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come questurino c'è chi è disponibile a un'illegalità criminale quando il dissidente diventa un «nemico» da annientare. Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere il "caso Genova" nel perimetro di un'aula giudiziaria. In un tempo di aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che minaccia l'informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il conflitto continuo, lo "sfondamento", una polizia sottomessa a un ordine capace di riservare all'interno del Paese la stessa ostilità che si riserva a un minaccioso "nemico" esterno . Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi "fuori di testa", dalle forze dell'ordine dovrebbero giungere all'opinione pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare, inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.
Da la Repubblica, 14 novembre 2008