domenica 7 dicembre 2008

Un esempio.

Ieri sera i compagni di Salve hanno inaugurato la loro nuova sezione. E' stata una serata piacevole, ed è stato piacevole vedere come persone con radici nelle diverse anime della Sinistra, possano lavorare insieme se solo c'è la voglia di incidere nel sociale. Anche di questi piccoli segni è intrisa la Storia.
Da parte nostra esprimiamo i nostri auguri ai compagni di Salve, e l'auspicio che anche a Tricase e nel resto del Paese si giunga al più presto ad esperienze simili.

sabato 6 dicembre 2008

Un anno fa.

Niente sarà più come prima, si diceva e si prometteva il 6 dicembre di un anno fa. Questa volta il cambio di marcia è necessario, si pensava e si proclamava, perché sette operai carbonizzati mentre lavorano non sono un tributo che può considerarsi normale, incidente di percorso del turbo-capitalismo che deve avanzare ad ogni costo. Anche quello del sacrificio umano. Questa volta, si ragionava e si sosteneva pubblicamente, bisogna voltar pagina davvero, perché nella tragedia della linea 5 della Thyssen Krupp di viale Regina Margherita, a Torino, si è reso visibile a tutti che la classe lavoratrice esiste e rischia di morire ogni giorno mentre svolge onestamente il suo lavoro. Del resto, i volti inceneriti dei sopravvissuti, le lacrime dei familiari, la consistenza dell'incidente, l'atteggiamento reticente dell'azienda tedesca: tutto rendeva impossibile proseguire come sempre, come prima della notte fra il 5 e il 6 dicembre del 2007. Dunque tutto lasciava credere che il cambiamento fosse possibile. Ma la memoria, che pure non si può asportare, in questo paese dura lo spazio di un funerale e di qualche strumentalizzazione politica, il tempo di un intervento di qualche esponente di partito, magari anche sentito e sincero, e di qualche strillato "ora basta". Dopo un anno, infatti, non molto è cambiato nel mondo del lavoro sul fronte sicurezza. Il contatore degli omicidi bianchi prosegue inarrestabile, morto dopo morto, con una media quotidiana di circa 3,86 lavoratori. Non c'è giornata che dal sud al nord di questo paese non arrivi la notizia di un caduto sul campo dell'occupazione: agricoltori schiacciati dal trattore, muratori scivolati da un ponteggio, operai feriti da una pressa. Tanti modi per morire, tutti durante un'unica impresa, quella di lavorare.

Eppure in questo stagnare gattopardesco qualcosa si è mosso, qualcosa è cambiato. La giustizia ha fatto il suo corso, almeno fino ad oggi, in modo celere e preciso. Lo si deve all'attività dei pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso, i quali hanno studiato, raccolto materiale e testimonianze, producendo duecentomila pagine di documentazione sistemate in tredici faldoni. La base su cui hanno strutturato la loro accusa riuscendo a portare sul banco degli imputati l'ad dell'azienda Herald Espenhahm, oltre ai vertici italiani del colosso dell'acciaio tedesco, cioè Giuseppe Salerno, Marco Pucci, Daniele Moroni e Cosimo Cafueri. Come deciso il 17 novembre dal gup di Torino Francesco Gianfrotta saranno processati dalla metà di gennaio in Corte d'Assise, di fronte ad una giuria sia togata che popolare. Caso unico nella storia della giustizia italiana, almeno sul fronte degli incidenti sul lavoro, saranno giudicati per omicidio volontario l'ad Espenhahm, per omissione volontaria di cautele e omicidio colposo con colpa cosciente le altre teste dell'azienda. Non varrà più l'abili del non sapevo, non ero a conoscenza, perché si fa spazio e strada il principio che la morte sul lavoro non può essere considerata una fatalità, quanto il frutto conseguente e avvelenato di una disattenzione, consapevole e imputabile, verso l'applicazione delle misure anti infortunistiche. Gli estintori della linea 5 di viale Regina Margherita, infatti, non erano carichi quella notte. E da tempo lo stabilimento torinese, in vista della chiusura prevista questa estate, non era più oggetto di investimento e ammodernamento in merito alle misure di sicurezza. Dismesso, dal punto di vista delle strutture ma anche del numero dei lavoratori impiegati, il polo di Torino continuava a produrre grazie all'intensa attività di straordinario, da sempre causa della crescita esponenziale del rischio. I dipendenti erano passati da 380 a 270, mentre le mansioni venivano ricombinate e mancavano diverse figure professionali. I dirigenti sapevano qual era la situazione e non hanno fatto nulla per evitare che ne scaturisse la tragedia che si è verificata. Come dimostrato dall'inchiesta, le visite dell'Asl e degli ispettori Spresal erano avvisate preventivamente, tanto che sul caso è aperta una indagine collaterale. Non solo si sapeva, dunque, ma si tentava di occultare.

Ora c'è un processo che partirà il 15 gennaio, 46 operai costituiti parte civile insieme al sindacato e alle amministrazioni locali. C'è anche stato, però, il tentativo -in parte riuscito- di dare una buona uscita ai dipendenti in cambio della rinuncia a costituirsi parte civile (una clausola inserita negli accordi di licenziamento prima che avvenisse il rogo che ha provocato l'amarezza di diversi lavoratori verso il sindacato). C'è un'associazione, "Legami d'acciaio", che lotta per avere giustizia e diffondere la cultura della sicurezza: è organizzata dai compagni sopravvissuti che non si arrendono e non trovano pace per quanto accaduto, per una tragedia che li ha sfiorati e, in alcuni casi, risparmiati per una casualità. Tanti documentari, da quello della Comencini a Segre, tanti libri, da Novelli a Pagliarini, tante inchieste mediatiche da parte di varie testate. C'è un settore del Parco Carrara che, ha promesso il sindaco Chiamparino, verrà dedicato a Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò. E c'è soprattutto un tentativo in atto da parte del governo di erodere e sterilizzare, pezzettino dopo pezzettino, quel Testo Unico sulla sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro che si è contraddistinto come una delle pagine migliori della breve legislatura del centrosinistra. Circola già, stando a quanto rivelato oggi da Il manifesto, un documento firmato dalle associazioni imprenditoriali in cui si avanzano cambiamenti alla legge, che il ministro del Welfare Sacconi, a poche ore dalla vittoria elettorale di aprile, già faceva sapere di voler modificare. Sanzioni più leggere, dal punto di vista amministrativo-pecuniario e penale, perché l'impianto sanzonatorio è ritenuto "oltremodo repressivo"; l'esclusione delle Pmi dall'applicazione di sanzioni pecuniarie "incompatibili con la vita di una piccola e media impresa"; sospensione dall'attività da parte dell'azienda solo in casi di "incombente pericolo"; introduzione della "presunzione di conformità alle norme di prevenzione" per le realtà che adottano norme tecniche e buone prassi, cioè carta bianca agli imprenditori; più spazio agli enti bilaterali; applicabilità della legge non a tutti i lavoratori, come prevede il Testo unico, bensì esclusione "di lavoratori somministrati e a tempo determinato"; cancellazione della responsabilità del datore di lavoro su tutta la catena degli appalti, eccezion fatta per quelli "di una certa consistenza"; impossibilità che siano presenti rappresentanti per la sicurezza insieme agli rsu. E' questo quello che propongono al governo Confindustria&Co. ed è questo ciò che esso si appresta, zelantemente, ad eseguire: l'azzeramento della legge. Perchè le lacrime sono tollerate a ridosso della tragedia, ma poi diventano soltanto altri "lacci e lacciuli" per il mercato che, si sà, deve produrre ad ogni costo, ad ogni prezzo, ad ogni morte.

venerdì 5 dicembre 2008

Usciamo dal vuoto cosmico

Rossana Rossanda, su il Manifesto di qualche giorno fa, ha scritto: "Le soggettività di una sinistra progressista e di classe si dibattono nella difficoltà di trovare una qualche sintesi, ma in attesa che si decidano lo spostamento dei rapporti di forze è univoco e brutale. Neanche la crisi più forte del capitalismo dopo il 1929 riesce a intaccarne l'egemonia".

E' una fotografia impietosa della situazione in cui versa la sinistra nel nostro paese. Sconfitti elettoralmente, i partiti rimasti alla sinistra del PD sembrano incapaci di imboccare in modo strategico un percorso unitario. L'Arcobaleno era una proposta insincera, tattica e, soprattutto, pilotata da un ceto politico ispirato più alla conservazione che al rinnovamento.
Dalle lacerazioni della sconfitta sono emerse due strategie distinte: quella "identitaria" che ha vinto i congressi di Rifondazione e del PdCI e quella "unitaria" che ha raccolto quanti considerano "giusta" l'intuizione della Sinistra Arcobaleno, ma vogliono darle una prospettiva strategica ed un percorso partecipato per evitare gli errori che hanno sancito la fine prematura di quell'esperienza.
Non mi voglio occupare della prima strategia, che ho combattuto nel congresso del mio partito, e che considero una facile scorciatoia, una fuga dalle responsabilità. Mi concentrerò, invece, sul tortuoso percorso della sinistra unitaria che rischia di avvitarsi su stesso.

Le tesi, le citazioni, i distinguo che stanno caratterizzando il dibattito in corso sono "insostenibili". Uso questo termine non con una connotazione soggettiva di critica, che pure esiste, ma nell'accezione che viene dal pensiero ecologista: di una condizione che non può essere mantenuta a lungo perché richiede un uso delle risorse eccessivo rispetto a quelle disponibili.
Siamo alla paradossale situazione in cui le defaticanti discussioni tra i diversi tavoli, fra le varie rappresentanze delle forze politiche, dei movimenti, delle realtà sociali, mettono in scena una commedia dell'incomunicabilità. Ci si interroga su questioni, anche rilevanti, ma in una condizione ambientale che, sulla base della mia esperienza di astronauta, trovo assai simile a quella dei veicoli spaziali, dove un ristretto gruppo di individui opera in "assenza di peso" e nel "vuoto cosmico".

In "assenza di peso" perché, oggi, non c'è in campo una forza di sinistra capace di pesare nei processi in atto nel paese. Dalla protesta degli studenti alla lotta al carovita, dalla battaglia contro il precariato alla difesa dei posti di lavoro, la sinistra è impotente e frammentata. C'è bisogno di un soggetto politico riconoscibile, che sia presente a tutto campo, sia nelle sfide elettorali che nelle battaglie in atto nel paese.

Nel "vuoto cosmico" perché il dibattito è tutto interno agli addetti ai lavori e non raggiunge la società. Come un'onda sonora nel vuoto le nostre discussioni non si propagano fuori dei tavoli delle riunioni. Eppure, in tutta Italia, le manifestazioni unitarie registrano una partecipazione appassionata di migliaia di uomini e donne, anche di quelli che, da tempo, non erano più presenti alle iniziative politiche dei partiti tradizionali.
Dal nostro popolo ci viene uno struggente invito a continuare ad andare avanti, rapidamente, in questo processo unitario. Dobbiamo ascoltarlo, dobbiamo uscire dal "vuoto cosmico" e cominciare a comunicare con loro. Occorre andare avanti speditamente per dar vita al nuovo soggetto politico della sinistra. Ne abbiamo bisogno, per sentirci di nuovo militanti, per smettere di appartenere a sigle diverse, in concorrenza una contro l'altra, e per condividere, insieme, un progetto di cambiamento di questa società. Spero che la manifestazione del 13 Dicembre possa dare un grande e definitivo segnale in questo senso.

*Europarlamentare Pdci, Ass. Unire la Sinistra

giovedì 4 dicembre 2008

Il Socialismo europeo è da sempre la casa di Sd

di Pasqualina Napoletano*

Mentre il Partito Democratico si dibatte con i problemi della sua collocazione europea, per Sinistra Democratica da questo punto di vista i problemi sono molto più semplici.
Non siamo un partito e, come i nostri iscritti e simpatizzanti sanno, questa è stata una scelta consapevolmente rivendicata.
"Non c'è il bisogno in Italia di un ennesimo partitino della sinistra" rispendevamo a chi ci rimproverava la vocazione scissionista della sinistra.
Il nostro obiettivo, rivelatosi molto più difficile del previsto, è quello di ricostruire in Italia una sinistra credibile nei suoi riferimenti ideologici, morali e culturali; efficace nella sua capacità di incidere sulla realtà; utile a tante e a tanti a cominciare da chi lavora, ma non solo.
Questa nostra caratteristica fa sì che non dobbiamo firmare il "Manifesto socialista europeo" come hanno fatto altri leader di partito, ed un po' improvvidamente Piero Fassino.
Anche perché, purtroppo, i partiti europei, compreso quello socialista, altro non sono che la sommatoria di partiti nazionali, cosa che vorremmo cambiare in favore di soggetti veramente federalisti con legittimazione propria.
Detto questo, gli eletti al Parlamento Europeo di Sinistra Democratica sono e resteranno nel gruppo socialista, e su questo non vi è alcun dubbio.
Non solo siamo nel gruppo europeo, ma abbiamo contribuito a dirigerlo, io come vicepresidente responsabile per la politica estera, Claudio Fava come coordinatore della commissione "Libertà pubbliche", per non parlare del prestigio personale e politico di cui gode Giovanni Berlinguer in seno al Gruppo.
Per questa via abbiamo contribuito all'elaborazione del Manifesto, anche perché il Gruppo è l'unico soggetto oltre ai partiti nazionali che ha voce in capitolo, nel senso di poter presentare emendamenti.
Io stessa ne ho presentati e molti sono stati accolti.
Non mi appassiona la polemica attorno all'appartenenza europea del PD, è come maramaldeggiare su una questione che avevamo vista irrisolta fin dalla sua nascita e foriera di problemi e tensioni che puntualmente sono esplosi, insieme a tanti altri elementi che fanno parlare i commentatori di vera e propria crisi del Partito Democratico.
Tornando al Manifesto, esso sarà un punto di riferimento per la nostra campagna elettorale europea, anche se in alcuni punti lo avremmo preferito più netto, questo perché, purtroppo, lo statuto del partito europeo prevede quella unanimità che tanto abbiamo rimproverato ai governi e che quindi costringe alla pratica defatigante della ricerca del minimo comune denominatore.
La storia però non finisce qui, spero che l'impegno europeista della sinistra italiana possa contribuire a migliorare e qualificare anche la vita politica europea.
Un piccolo successo però lo abbiamo ottenuto, e voglio segnalarlo perché, avere sostenuto che una quota di iscritti potesse direttamente riferirsi al Partito Socialista Europeo ha portato alla presenza di delegati a Madrid, tra cui i nostri, che non sono stati inviati dai partiti nazionali. Essi costituiscono un primo nucleo di un vero partito a dimensione europea. Buon lavoro!
*Vice-Presidente del Gruppo Socialista al Parlamento Europeo



domenica 30 novembre 2008

Un'opportunità per cambiare?

Cosa succede quando in un sistema ciclico un passaggio si blocca? Tutto il sistema va in crisi. Il sistema economico ha una struttura ciclica e in questo momento esistono diversi punti in cui è inceppato. Pubblichiamo un documentario trasmesso su Rai news24 in cui si evidenziano le diverse criticità del sistema economico americano. Inoltre alleghiamo uno studio congiunturale di Findomestic sulla situazione italiana.

Riusciremo nei prossimi mesi a uscire da questo tunnel? E alla ripresa l’economia ripartirà con le ricette di sempre? O sapremo fare tesoro della crisi attuale per promuovere un modello di sviluppo sostenibile?